13 de novembro de 2020

Depositato dalla procura del Tribunale internazionale il nuovo rapporto investigativo su Tripoli. A Bengasi uccisa un’avvocatessa che denunciava corruzione e illegalità nella cerchia di Haftar *

Mentre al Consiglio di sicurezza Onu confermava il ritorno sulla scena di alcune vecchie conoscenze italiane nella trattativa per fermare le partenze dei migranti, la procuratrice della Corte dell’Aja, Fatou Bensouda, non poteva sapere che dal centro di Bengasi veniva recapitato un altro messaggio di morte. Hanan al-Barassi, avvocatessa anticorruzione e per i diritti delle donne, è stata trucidata davanti a numerosi testimoni.

Da tempo denunciava gli abusi delle milizie e le appropriazioni indebite nella cerchia del “maresciallo Haftar”, il generale ribelle che l’Onu accusa di crimini contro i diritti umani. Non meno di quanto la Corte penale ritenga siano responsabili i clan che hanno trasformato le prigioni di stato in una macchina di torture e sevizie contro migranti e profughi.

Dopo le polemiche, i depistaggi e i reiterati silenzi per il negoziato segreto tra Italia ed esponenti delle milizie libiche, a cui fu chiesto di fermare i barconi e trattenere i migranti nei campi di prigionia, arriva però un elogio per la giustizia del nostro Paese. «In particolare la condanna da parte del Tribunale di Messina di tre persone a 20 anni di reclusione per crimini commessi contro migranti a Zawiyah», ha ricordato Bensouda a proposito dei nordafricani arruolati come torturatori nel campo di prigionia governativo della città costiera.

La prigione è gestita per conto del governo di Tripoli dalla milizia Al Nasr, e in particolare dal comandante Bija, recentemente arrestato e della cui sorte non vi sono notizie, insieme ai fratelli Kachlav, i capiclan che controllano il contrabbando di petrolio, di esseri umani, di armi e recentemente anche droga in accordo con le mafie italiane.

«Sono profondamente preoccupata – ha aggiunto Bensouda, che tra poche settimane ultimerà il mandato all’Aja – per il fatto che, nonostante questo Consiglio di sicurezza abbia imposto una sanzione al signor Ahmad Oumar Al-Dabbashi, per il suo coinvolgimento in crimini contro i migranti, si dice che continui a commettere questi reati».

Al-Dabbashi, detto “Ammu”, era stato indicato più volte tra i beneficiari, attraverso le municipalità di Sabratha e dintorni, dei generosi stanziamenti italiani a partire dal 2017. Dopo un periodo di detenzione “Ammu” è tornato ai vecchi affari. «Il 28 settembre 2020 uomini armati a lui legati – si legge nel report della Procura internazionale – hanno rapito circa 350 migranti dalle loro case ad Al Ajaylat, Sabratha». Di molti si è persa notizia, mentre 60 tra essi «inclusi circa 24 bambini, alla data del 9 ottobre risultavano tenuti in cattività». Se per un verso la Procura internazionale considera il cessate il fuoco come una speranza, per l’altro deve fare i conti con la realtà. «L’Ufficio continua a ricevere informazioni credibili sui migranti che vengono tenuti in condizioni disumane e torturati negli hangar e nei centri di detenzione».

Le accuse sono nero su bianco. Le prove ci sono. Ma per gli investigatori la strada è in salita. Perché i responsabili possono continuare a godere dell’impunità grazie a «forze potenti che mirano sempre più a minare il corso della giustizia penale internazionale», ha detto Bensouda alludendo alle grandi potenze che usano il conflitto libico «come continuazione della politica con altri mezzi».

Tra i superlatitanti ci sono Saif Al-Islam Gheddafi, figlio del dittatore ucciso nel 2011, e Mahmoud Mustafa Busayf Al-Werfalli, comandante di una brigata d’élite dell’Lna, l’esercito del generale Haftar, accusata di aver ucciso più di 40 civili. «La mancata esecuzione dei mandati di arresto è il principale ostacolo alle nostre capacità di dare speranze alle persone e alle vittime di crimini in Libia. Esorto questo Consiglio e gli Stati membri a prendere provvedimenti efficaci e concreti per garantire – chiede Bensouda – che non siano forniti rifugi sicuri ai fuggitivi che devono affrontare gravi accuse penali dinanzi alla Corte penale internazionale».

Sotto lo sguardo dei satelliti si sono ripetuti crimini vissuti nella ex Jugoslavia. Mentre riguadagnavano frettolosamente le vie di fuga verso le roccaforti orientali, le milizie fedeli ad Haftar hanno disseminato di ordigni i quartieri, collocando mine antiuomo e trappole esplosive «nei garage, nelle cucine e nelle camere da letto delle abitazioni» degli sfollati. «Molti civili poi tornati nelle loro case dopo essere fuggiti dai combattimenti – denuncia Bensouda – sono stati uccisi o feriti perché nelle loro abitazioni erano stati collocati tali dispositivi».

Per non dire delle fosse comuni ritrovate a Tharouna e a sud di Tripoli. «I rapporti dimostrano che oltre 100 corpi sono stati recuperati dalle autorità coinvolte nell’esumazione. Molti erano stati bendati e avevano le mani legate». La popolazione della Cirenaica è stremata e anche in questo scenario si inserisce il difficile negoziato per la liberazione dei 18 pescatori di Mazara del Vallo, catturati da Haftar il quale, sperando di riguadagnare consenso, chiede all’Italia la liberazione di 4 libici condannati a Catania per traffico di esseri umani.

Avvenire