29 de agosto de 2019

Ogni notte ci sono i sommersi e i salvati. Nel Sud del Mare Nostrum. Ogni notte una roulette gira, tra Sos difficilmente decifrabili, allarmi non colti a tempo, e solo con la luce dell’alba ecco la sagoma di un barcone carico di uomini e donne e bambini sgomenti, nell’orizzonte di un mare illividito. Ieri mattina alle otto l’equipaggio della nave “Mar Jonio” al largo della Libia ha rintracciato un centinaio di naufraghi su un gommone che affondava. Dei salvati, 22 sono bambini, bambini piccoli, e 26 sono donne, 8 delle quali incinte. È la “nave dei bambini” l’ultima ad affacciarsi ai bordi del Mediterraneo. Infagottati nei teli termici, stretti alle braccia delle madri (guardateli sulla prima pagina di “Avvenire” di oggi, 29 settembre 2019). Sei compagni, dicono i superstiti, sono annegati. Altri portano sul corpo segni di torture.

Poche ore prima, per altre persone non si è arrivati in tempo. Secondo “Alarm Phone” viaggiavano in 90 su un’imbarcazione ancora molto prossima alla Libia. Un Sos confuso, grida, urla, non si capiva il luogo del naufragio. Per la Guardia costiera libica ci sarebbero 40 fra morti e dispersi. E quasi ogni notte va così.

È normale ormai. L’Enac intanto ha bloccato i voli di ricognizione di due piccoli aerei delle Ong. Simili aerei, dice l’Ente per l’aviazione civile, possono volare solo «per fini ricreativi». Per scrutare il mare e salvare vite, no. Gli altri quotidiani non riportano spesso, di questi naufragi, un titolo in prima. Scendono, le tragedie nel Mediterraneo anche nei siti web: pochi le vanno a leggere, non fanno traffico. Non portano pubblicità. Ci siamo assuefatti. Forse, ci facessero vedere la foto di un Alan, un poco ancora ci si commuoverebbe. Ma leggi fra i commenti dei lettori: «Quante donne incinte su quella nave! Mai sentito parlare di birth control? ». Come non sapendo che molti di quei figli nel ventre sono frutto di stupri.

Nell’anonimato del web, un’Italia che fa rabbrividire. Intanto la “nave dei bambini” ha chiesto un porto alle Autorità marittime italiane. «Codesto comando nave contatti le autorità di soccorso libiche onde ricevere le opportune istruzioni», è stata la risposta da Roma. Il ministro Salvini ha firmato il divieto d’ingresso in porti italiani per la “Mar Jonio”, come poche ore prima per la tedesca “Eleanore”, ferma in acque internazionali con 101 naufraghi. Chissà se questo governo che sta per nascere saprà dare un segno di umana discontinuità, sul destino della “nave dei bambini”, sul destino dei salvati che hanno la colpa di non essere stati sommersi. Sarebbe un sollievo, un nuovo possibile respiro. Perché sgomenta, voltare le spalle ai miserabili. È qualcosa che non fa parte del Dna di questo Paese.

Almeno, fino a poco tempo fa. Se non si vuole guardarli in faccia, almeno li si salvi davvero dal mare. Quante piccole imbarcazioni finiscono nei buchi della rete smantellata dei soccorsi? Non ne sapremo mai nulla. O forse è proprio il silenzio ciò che non pochi ormai, da noi come in Europa, vorrebbero? Una vasta cappa di silenzio fatta di Sos non raccolti o raccolti troppo tardi, di mezzi insufficienti, di minacciate stratosferiche sanzioni ai trasgressori del Decreto (in)Sicurezza di turno. Un opaco silenzio su media affollati di toto nomine di ministri, di previsioni di Borsa, e anche di sciocchezze. «Perché le caramelle di banana non sanno di banana?» leggevamo ieri sul sito di un quotidiano, e la cosa suscitava un certo dibattito. Le caramelle di banana, e quei là che annegano.

Chi è nato negli anni Cinquanta, chi ha sentito dai genitori i ricordi della guerra, l’ansia per la democrazia, le speranze di rinascita, fatica a riconoscere questo Paese. Almeno nell’immagine mediatica, e anche in molti che, senza firmare, senza volto, sul web dicono la loro senza vergogna. C’è ancora un’Italia diversa, ne siamo certi, che non grida “prima gli italiani” per dispetto a qualcun altro. Che sa, come ha detto papa Francesco, che davanti a Dio non ci sono stranieri. E non occorre essere cristiani per ricordarselo. Basta essere uomini e donne. Così, nella psicosi dell’invasione e in questo crescente silenzio sul Mediterraneo, forse ci dovremmo chiedere se non siamo noi, che ci stiamo dimenticando ciò che siamo.

Fonte: avvenire.it