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Migrazioni e politiche di esclusione in Africa

L’incremento dei flussi migratori globali, negli ultimi anni, si è accompagnato a una crescente attenzione ai successi elettorali dei partiti politici anti-immigrati e dei leader populisti in Europa e Nord America. Proprio come i movimenti di persone attraverso i confini internazionali non sono limitati agli Stati occidentali, nemmeno la politicizzazione delle questioni migratorie lo è. In numerosi Stati del continente africano, dove i due terzi circa dei migranti internazionali si muovono verso altri Paesi nel continente, l’immigrazione è stata oggetto di un intenso dibattito politico.

Sebbene le politiche di esclusione dei migranti abbiano una lunga storia in Africa, la crescente ostilità in molti Paesi, sin dai primi anni ’90, è coincisa con un periodo di liberalizzazione politica. I partiti politici competono l’uno con l’altro per il consenso, in assenza di solide differenze ideologiche o di chiari risultati di policy, e alcuni candidati attribuiscono a migranti e rifugiati la colpa per problemi complessi come disoccupazione, crimine, violenza. Tale retorica è spesso alimentata in tempi di elezioni, legittimando un sentimento di ostilità nei confronti dei migranti.

Secondo le rilevazioni di sondaggi trans-nazionali, l’opposizione ai fenomeni migratori risulta più elevata laddove i sondaggi siano condotti in prossimità delle elezioni nazionali e negli stati africani ritenuti più democratici, in cui, cioè, un partito dominante sia costretto ad affrontare le sfide poste da un’opposizione politica emergente. Queste conclusioni suggeriscono che una crescente competizione politica crea opportunità per la circolazione di una retorica anti-immigrati, nello specifico in tempo di elezioni, e che questa retorica trova riscontro in alcune fasce di popolazione degli Stati di accoglienza.

L’immigrazione ha rappresentato un tema ricorrente nella politica sudafricana, ad esempio, e le elezioni generali del 2019 non hanno fatto eccezione. In un Paese in cui le promesse fatte alla fine del regime di apartheid non sono ancora state realizzate, e dove milioni di individui vivono tuttora in condizioni di povertà, molte persone si sentono frustrate. Per anni, i rappresentanti del partito di maggioranza hanno rivolto attacchi nei confronti di immigrati da altri Stati africani, incolpandoli per i problemi sociali del Paese e deviando le critiche dai loro fallimenti politici. Tale retorica ha posto le basi per episodi periodici di violenza anti-immigrati, a fronte di inefficaci sforzi posti in essere per arginare le manifestazioni di xenofobia. In occasione delle recenti consultazioni elettorali, l’opposizione ufficiale si è unita al coro dei populisti, assecondando un sentimento ostile nei confronti dei migranti, per ragioni razziali ed economiche.

Recenti dibattiti sull’immigrazione in Kenya si sono focalizzati sul tema della sicurezza. I membri del governo hanno messo in discussione la lealtà dei cittadini somali, inclusi quelli con cittadinanza keniana. Un incremento degli episodi di violenza terroristica ha dato impulso alla decisione di concentrare i rifugiati somali nei campi vicino al confine, attribuendo loro le responsabilità degli attacchi e sottovalutando il ruolo delle loro stesse politiche nel creare terroristi locali. Un anno prima delle elezioni del 2017, il governo annunciò che avrebbe chiuso i campi di accoglienza di rifugiati somali entro la fine dell’anno, ottenendo elogi da diversi settori della società e della politica. L’Alta Corte ha, in ultima istanza, bloccato la decisione, giudicandola incostituzionale: il provvedimento annunciato dal governo, tuttavia, ha sollevato numerose critiche riguardanti le motivazioni politiche e finanziarie sottese alla chiusura programmata dei campi somali.

La strumentalizzazione delle questioni legate a migrazione e cittadinanza ha avuto un peso fondamentale anche per lo scoppio della guerra civile in Costa d’Avorio. Dopo decenni in cui si è incentivato il reclutamento di lavoratori dai Paesi confinanti al fine di sostenere l’espansione della produzione di cacao e caffè, il passaggio al multipartitismo negli anni Novanta ha spinto i membri del partito dominante ivoriano a individuare i migranti come causa delle difficoltà economiche. La retorica di esclusione prese di mira sia gli stranieri che i cittadini del nord, alimentando un conflitto violento. Una complessa serie di eventi condusse, infine, un politico originario del nord del Paese alla Presidenza. I dibattiti relativi alle condizioni per il riconoscimento della cittadinanza ivoriana sono tuttora in essere, non ancora completamente risolti, e contribuiranno presumibilmente a rendere ancora una volta l’immigrazione un tema preponderante di discussione per la campagna politica in vista delle elezioni del 2020.

Un caso di segno opposto è quello dell’Uganda, che è stata ampiamente elogiata per il suo approccio al tema dei rifugiati. Anziché essere confinati nei campi, ai rifugiati è concesso un appezzamento di terra ed è consentito loro di lavorare e muoversi nel Paese. Permangono numerose difficoltà, ma i rifugiati non sono qui soggetti alle restrizioni cui sarebbero sottoposti altrove. È interessante notare come l’Uganda sia un Paese autoritario, il cui Presidente è in carica da 33 anni. Le elezioni non sono trasparenti e l’opposizione è vincolata: ai politici restano limitate opportunità di generare consenso utilizzando gli immigrati come capro espiatorio. È pur vero che questa situazione potrebbe cambiare, qualora il numero dei rifugiati continuasse a crescere o vi fosse un cambiamento nel panorama politico.

In molti Paesi africani, dunque, la liberalizzazione ha creato terreno fertile per lo sviluppo di politiche di esclusione. Non potendo esercitare un diritto di voto, migranti e rifugiati sono obiettivi comodi per politici in cerca di qualcuno cui attribuire le responsabilità di problemi sociali ed economici del Paese. Mentre i rappresentanti al governo cercano di sviare le critiche dalle loro stesse politiche, gli oppositori provano a dividere le élite al potere generando consenso elettorale lungo linee etniche e di classe. Tale retorica contribuisce a legittimare un sentimento anti-immigrati diffuso tra la popolazione, fomentando una più ampia xenofobia.

Queste dinamiche rappresentano il lato oscuro della democrazia, ma non sono vere ovunque. Le elezioni presidenziali in Ghana, ad esempio, sono state estremamente competitive in anni recenti, spesso decise per pochi punti percentuali. Sebbene il Paese abbia una lunga storia di migrazioni economiche e in passato abbia ordinato l’espulsione di cittadini stranieri, i candidati politici oggi aprono un dialogo con le comunità di migranti piuttosto che schierarsi contro di loro. Nel 2016, ad esempio, il Presidente in carica e il suo sfidante hanno condotto frequentemente la campagna elettorale tra gli immigrati e richiesto i voti dei loro figli, ormai cittadini. Gli immigrati hanno altresì costituito essi stessi un elettorato mobile, rendendo il loro supporto cruciale in occasione di appuntamenti elettorali. Mentre un sentimento anti-immigrati è ancora diffuso in Ghana, gli incentivi elettorali hanno contribuito a mitigarne la politicizzazione nel quadro politico nazionale.

È innegabile che tali dinamiche non siano emerse solo in Africa. Anche altrove, esponenti politici si sono distinti per attacchi nei confronti degli immigrati, accusati dei problemi economici e sociali del Paese allo scopo di generare consenso e vincere le elezioni. Alcuni candidati hanno tenuto posizioni anti-immigrati per lungo tempo, mentre altri le hanno adottate di recente. Quanto più il numero dei migranti continuerà a crescere nel mondo, tanto più le politiche di esclusione diverranno pervasive.

Fonte: ispionline.it

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