16 de agosto de 2019

Una storia al giorno. Avvenire racconta il Paese degli invisibili: vite di migranti sospese, ai margini del sistema di accoglienza, bloccate dallo stop alla protezione umanitaria

«Lavoro sodo, il lavoro mi piace. In fabbrica ho imparato a svolgere diverse mansioni, dalla tornitura alla verniciatura, fino alla guida del muletto. Il capo sa che può fidarsi di me». A.S. ha 44 anni e il suo desiderio di farsi apprezzare e riconoscere come manovale serio e competente è tangibile. È come se prima di ogni altra cosa volesse far capire che è una persona degna di restare in Italia e che quel rinnovo del permesso di soggiorno che aspetta da tanto, lui se lo merita. La sua storia di migrante inizia nel 2001.

A. parte dal Senegal e arriva in Francia in cerca di lavoro, ma quel paese, «con la sua storia di colonialismo», non è il luogo dove si vuole fermare. Nel suo cuore c’è l’Italia, nazione che ha conosciuto attraverso la televisione, ma soprattutto attraverso la sua Nazionale di calcio. «Ho sempre tifato per gli azzurri», racconta sorridendo. In Italia lavora in diverse città tra cui Bergamo, Brescia e Vicenza, passando un periodo in Sardegna, fino a stabilirsi nelle Marche. Cambia diverse professioni, dalla campagna al settore del mobile, fino a diventare un operaio con diverse competenze. Riesce a beneficiare di una sanatoria e nel 2010 ottiene finalmente un permesso di soggiorno, che si rinnova di anno in anno, rendendo molto difficile fare progetti a lungo termine. A. apre una partita Iva, versa i contributi, paga le tasse e le utenze.

Vuole che la sua vita sia limpida, in regola, così da poter portare in Italia la moglie, che ha sposato nel 2008 durante una visita in Senegal. La giovane donna, che ha diversi anni meno di lui, rimane incinta, senza riuscire a portare a termine la gravidanza. A. è convinto che se fosse curata e seguita, potrebbero coronare il sogno di avere un figlio, ma finché lei resta in Africa, non hanno molte speranze. I problemi per la coppia si fanno sempre più gravi. Da diversi mesi infatti, A. è in attesa del rinnovo del suo permesso di soggiorno.

Nonostante abbia un lavoro con un regolare contratto e non abbia mai avuto alcun problema con la Giustizia, il fatidico documento continua a non arrivare. Il legale del senegalese e anche i sindacati gli stanno dando il sostegno necessario, ma l’uomo è molto preoccupato e sofferente. «Sto male, mi sento in un’attesa infinita. Mi manca mia moglie, non posso andare a trovarle finché non avrò di nuovo i documenti in regola. Il tempo passa e io sono solo. A volte è lei, al telefono, a infondermi coraggio». A. confessa di non aver mai pensato di tornare in Senegal, perché è in Italia che vuole vivere, ama questo Paese e qui ha un lavoro che lo rende autonomo e libero.

Libero, ma allo stesso tempo prigioniero, in attesa di un documento che gli permetta di tornare a progettare le sua vita. «Ogni giorno vado a lavoro e prometto a me stesso di dare il massimo, perché voglio dimostrare che merito di restare qui, che sono un uomo responsabile e rispettoso. Vorrei far vedere questi posti a mia moglie, darle la possibilità di iniziare una nuova vita, avere dei figli, come tutti. La vita non può essere solo lavoro e documenti».

Avvenire