13 de dezembro de 2019

In occasione del 30esimo anniversario della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza il Comitato per i diritti umani, una coalizione di organizzazioni e gruppi laici e religiosi, esorta l’Italia a considerare la difficile condizione giuridica dei minori migranti e dei bambini, figli di immigrati regolarmente residenti sul territorio. 

La Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, approvata all’unanimità dall’Assemblea generale dell’Onu il 20 novembre 1989 e ratificata da 196 paesi, è una conquista importante per l’umanità. Nella Convenzione, per la prima volta si riconosce che i minorenni sono titolari di diritti e non soltanto beneficiari di protezione e assistenza da parte degli adulti.

Nell’arco dei trent’anni dalla approvazione della Convenzione, molti stati firmatari hanno conformato la propria legislazione ai principi esposti dalla stessa e adottato nuove leggi in grado di garantire nelle loro nazioni un maggiore rispetto dei diritti dei minorenni.

L’Onu ha istituito il Comitato sui diritti dell’infanzia con il compito di esaminare i progressi dei vari stati parti nella messa in pratica degli obblighi sanciti dalla Convenzione. L’Italia, che ha ratificato la Convenzione nel 1991, è stata più volte sottoposta al meccanismo di controllo sulla sua attuazione e a febbraio 2019 il Comitato ha individuato diverse aree critiche.
Le principali sono:

  • la discriminazione, soprattutto nell’accesso ai servizi sanitari, in base all’area geografica di appartenenza e la prevalenza di atteggiamenti negativi nei confronti dei bambini in base al loro status, origine, orientamento sessuale e identità di genere.
  • In ambito educativo, l’alto tasso di abbandono scolastico di minori Rom, Sinti e Camminanti, le condizioni fatiscenti e la carenza dell’indispensabile in numerosi edifici scolastici, bullismo e cyberbullismo, la scarsità di servizi per la prima infanzia nel Sud del paese;
  • la condizione dei bambini rifugiati e richiedenti asilo soprattutto a seguito del primo decreto sicurezza (decreto-legge 4 ottobre 2018, n. 113) che abolisce la protezione umanitaria e prolunga i tempi di ospitalità nei Centri di permanenza per il rimpatrio a 180 giorni. Vengono ricordate anche situazioni di difficoltà che perdurano da prima del decreto sicurezza, come la scarsità numerica e qualitativa di centri di accoglienza di tutti i livelli.

Il Comitato esorta l’Italia a considerare la condizione dei minori migranti, cui è prestata particolare attenzione data la forte vulnerabilità, al fine di assicurare l’accesso ai servizi di base e all’educazione primaria, facilitare i processi per la regolarizzazione e la riunificazione del nucleo familiare, ed infine nominare un tutore legale per i minori stranieri non accompagnati.

Nuova legge sulla cittadinanza 

Ma l’Italia è anche chiamata ad adeguare la propria legislazione a partire da quanto è dichiarato nell’Articolo 7 della Convenzione: «Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto a un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e a essere allevato da essi».

Nel nostro paese ci sono oltre 800mila ragazzi e ragazze nati da genitori immigrati che non sono giuridicamente italiani. Lo potranno essere al compimento dei diciotto anni, secondo le leggi attuali. Perché negare a loro l’uguaglianza giuridica? Come spiegare tante indecisioni, tanti distinguo?

La risposta può essere una sola: il desiderio del consenso politico ci fa passare sopra ogni scrupolo morale anteponendo le ragioni del potere a quelle della giustizia. Il codice di cittadinanza per figli di immigrati che sono nati in Italia è il più restrittivo dell’Europa occidentale. È doveroso garantire equità, uguaglianza, inclusione. È arrivato il momento di riconoscere un effettivo diritto di cittadinanza alle bambine e ai bambini che vivono, crescono, studiano e si formano nel nostro paese.

Sono ben note le peripezie burocratiche a cui sono costretti a sottomettersi figli e figlie nati in Italia da genitori stranieri, o giunti da piccoli nel nostro paese o figli adottivi da paesi non-europei per ottenere il diritto alla cittadinanza italiana.

«Di una nuova legge sulla cittadinanza – come sostiene Luigi Manconi – hanno bisogno non solo gli stranieri ma tutta l’Italia. Per una convivenza pacifica tra italiani e stranieri, riducendo tensioni e conflitti e disinnescando la tentazione della chiusura da parte dei residenti e quella dell’auto-ghettizzazione da parte dei nuovi arrivati. Lo ius culturae corrisponde a ciò che potremmo definire “altruismo interessato”, che vuole combinare insieme le esigenze degli italiani e quelle degli stranieri.

E il tempo è ora. È pretestuoso come affermano certuni sostenere che lo ius culturae non è una priorità con tutto ciò che accade in Italia… un sovranismo meschino che gerarchizza le sofferenze: il dissesto idrogeologico, la crisi industriale… e se ce ne sarà tempo e modo, la discriminazione etnica».

Il diritto di un bambino alla nazionalità, attraverso il registro delle nascite e la cittadinanza, è fondamentale perché i bambini possano impegnarsi nella società civile e godere di benefici sociali come la formazione nella scuola pubblica.

«Non riconoscere la cittadinanza a coloro che sono nati o cresciuti nel nostro paese con origine diversa – rilanciano associazioni da Cara Italia a Neri Italiani – vuol dire negare la realtà: ovvero che l’Italia è da sempre uno stato multiculturale dove la radicata identità nazionale e locale deve dialogare con una molteplicità di culture diverse all’interno di una compagine di valori condivisi.

Ancora una volta è come se quel milione circa di italiani che vede negato un diritto fondamentale, non contasse nulla. La lotta per l’estensione del diritto di cittadinanza è una lotta giusta, che va nella direzione dell’eliminazione delle diseguaglianze sociali e politiche. E’ una battaglia sacra per il bene di questo nostro paese».

Nigrizia