13 de dezembro de 2019

Il parroco di Valderice abita con quattro migranti usciti di prigione e costretti dalla burocrazia a vivere nel limbo: «Così ho accolto l’appello 

«L’operatore fu veloce e preciso: un immigrato voleva parlarmi urgentemente. Mi avevano chiamato dal Centro per il respingimento di Trapani: davanti i cancelli trovai Babacar, un ragazzo di 22 anni del Gambia che avevo conosciuto in carcere. Era stato condannato come scafista, ma in realtà lo avevano costretto a guidare il gommone verso Lampedusa. Batteva i denti per il freddo: già da due notti aveva dormito tra i vecchi vagoni di una stazione di campagna senza soldi, senza sapere dove andare. Gli ho detto subito che avrei trovato una soluzione ma in realtà non sapevo come».

Don Francesco Pirrera, 53 anni, parroco a Valderice, in provincia di Trapani, da due anni è il cappellano della casa circondariale di Trapani: non è un cosiddetto “prete di strada”. Ha fatto sempre il parroco nei suoi 24 anni di sacerdozio. Quando il vescovo Pietro Maria Fragnelli, due anni fa, chiese al clero la disponibilità per il posto di cappellano del carcere sentì che era arrivato il momento di mettersi in gioco. È in carcere che don Francesco ha toccato con mano una realtà che nel dibattito pubblico si preferisce ignorare: la sorte di quegli invisibili che, pagato il debito con la giustizia, finiscono nell’oblìo. Gli ultimi fra gli ultimi.

«Più che scafisti la maggior parte di loro sono ragazzi che sono passati di violenza in violenza, da un ricatto all’altro. Quando finisce la detenzione ricevono il foglio di via e l’intimazione di lasciare il territorio italiano entro sette giorni ma dove devono andare?».

Per Babacar, come per gli altri, l’unica prospettiva è quella di una vita da irregolari. «Tornai in carcere, cercai un avvocato, poi in questura – racconta ancora il prete –. In quella fredda sera di gennaio, mentre tornavo a casa stringevo così forte il volante della macchina che mi pareva di sbriciolarlo. È possibile che il nostro sistema legislativo dice di voler stringere le maglie della clandestinità finendo con ingrossarne le fila? L’indomani in questura ci aiutarono a predisporre la domanda per l’asilo politico e Babacar venne a dormire con me e zia Perla in canonica».

Per ridargli la possibilità che la porta chiusa del carcere gli aveva tolto «dovevo aprire un’altra porta, quella di casa mia», racconta il prete. Qualche settimana dopo, mentre don Francesco celebrava la Via Crucis, con le ginocchia sanguinanti arrivò in parrocchia Fan del Senegal: anche lui era disorientato e senza un soldo. Bà Musa, anch’egli senegalese, era davanti alla portineria del carcere. Aveva passato la notte nel campetto di calcio. «Per Suane ho giocato d’anticipo. Mi sono detto: ‘questo non dormirà fuori nemmeno una notte’ e così siamo diventati 5. Dopo alcuni mesi insieme, ormai il nostro ritmo familiare si è ingranato – continua – a turno ci occupiamo di cucinare, della casa, soprattutto dopo la morte di mia zia che si è presa cura di noi come fossimo suoi figli e che è stata vegliata, alla sua morte, come una madre».

Don Francesco si sveglia alle 4 per accompagnare Babacar al lavoro. Da qualche settimana anche Fall e Suane lavorano. Si autogestiscono senza contributi a parte la carità della comunità e del vescovo Fragnelli. Mentre fa scorrere i nomi di chi ha conosciuto, nel suo volto affiora anche amarezza. C’è chi passa dalla canonica ma preferisce andar via: qualcuno tenta di attraversare la frontiera, altri finiscono in una zona grigia, invisibili più di ieri, nelle mani di sfruttatori o ad ingrossare le file della criminalità. Shaban, egiziano è stato rimpatriato. Don Francesco prende il cellulare e avvia la videochiamata: saluta i suoi tre bambini, fa una risata rumorosa e muove lo schermo per vedere meglio gli attrezzi che lo ha aiutato ad acquistare per la sua falegnameria. Rimette il cellulare in tasca e quasi farfuglia col suo tipico modo di parlare.
«L’accoglienza è il segno dell’amore dell’Eucarestia che celebriamo. Lui ogni giorno ci aspetta in uno sconfinato panorama di opere di bene».

Avvenire