29 de agosto de 2019

Quella degli sgomberi non è una partita iniziata di recente. Già il ministro leghista Roberto Maroni, tra il 2008 e il 2013, durante l’ultimo governo Berlusconi, aveva avviato la linea dura continuata praticamente ininterrotta da allora. L’ordine, anche se in forme diverse, è sempre quello di svuotare, da nord a sud Italia, tutti gli edifici occupati, diventati “casa” per migliaia di persone. A Cosenza però qualcosa sembra essere andato diversamente e gli 80 occupanti dell’Hotel Centrale – migranti e famiglie del posto – hanno finalmente ricevuto una sistemazione dignitosa. Siamo andati a trovarli per raccontarvi della loro lotta e di una nuova idea per il diritto alla casa.

Un bambino esce dalla scuola di via Cardinal Capranica, quartiere Primavalle, periferia nord ovest di Roma, con le braccia piene di libri: la foto che lo ritrae mentre abbandona l’edificio fa il giro del mondo e diventa un simbolo. Quello di come gli sgomberi, in Italia, siano una realtà sempre più diffusa, che incidono in modo profondo sulla vita delle persone. Nel caso di Primavalle, 300 in tutto, tra cui 70 bambini.

Negli stessi giorni in cui tutti si commuovevano per la foto del ragazzino, qualche centinaio di km più a sud, nella città di Cosenza, in Calabria, l’occupazione di un edificio arrivava a un epilogo più felice, anche perché frutto di una lunga negoziazione tra occupanti e amministrazione comunale.

Era il Capodanno del 2018 quando un gruppo di persone, circa un’ottantina, prese possesso delle camere dell’ex Hotel Centrale, un 4 stelle ormai in disuso poco lontano dal centro cittadino del comune calabrese. Tra loro migranti di origine africana e famiglie del luogo: i primi usciti dal percorso dell’accoglienza dopo l’entrata in vigore del decreto sicurezza, i secondi cosentini senza una dimora in cui andare. Con loro, 20 bambini. Il movimento che ha organizzato e messo insieme il movimento di occupanti si chiama Prendocasa. A capo di iniziative per l’inclusione e l’integrazione, lotta da tempo per un diritto non sempre scontato: quello alla casa.

Ed è riuscito nella non facile impresa di mettere insieme, attorno a un tavolo, movimenti e istituzioni. In un momento in cui in tutta Italia l’accoglienza è a rischio. Restando in Calabria, si è esaurita in malo modo l’esperienza del sindaco Mimmo Lucano nella cittadina di Riace. Mentre dal 20 giugno è stato chiuso il Cas (Centro accoglienza straordinaria) di Falerna, gestito dalla Comunità Progetto Sud, che dava ospitalità e lavoro a donne africane vittime di tratta. E infine nella tendopoli di San Ferdinando i braccianti africani continuano a vivere in condizioni al limite.

La Calabria è anche una delle regioni in cui, quest’anno, sono giunte decine di imbarcazioni cosiddette ‘fantasma’, ovvero non intercettate dalle unità di soccorso e dunque non cadute in quella che è la trappola del blocco ministeriale dei porti. In questa regione si arriva e si viene soccorsi. Ma poi, l’accoglienza, non è sempre facile.

L’occupazione diventa un’esigenza, ma non può essere la soluzione

Secondo l’Istat e i dati risalenti relativi ai primi mesi del 2019, al Sud vi sono oltre 215 mila famiglie straniere, di cui 110 mila in Calabria. Nella provincia di Cosenza sono 37mila, 20 mila nel Catanzarese, 34 mila tra Reggio Calabria e provincia, 13 mila a Crotone, e circa 8 mila nel Vibonese.

Sempre in Calabria, i dati parlano di circa 15.500 marocchini, di cui 3.500 nella sola provincia di Cosenza, 2000 i senegalesi, e poi ci sono gambiani, 1400 circa e maliani, più di 1500.

Dato che gli Sprar vengono chiusi, la maggior parte degli immigrati si ritrova rinchiusa nei Cara (Centri di accoglienza per richiedenti asilo), nei Cas (Centri di accoglienza straordinaria) o nei Cpr (Centri di permanenza per i rimpatri, un tempo Centri di identificazione ed espulsione).

Chi invece non gode neanche più della protezione umanitaria, sussidiaria o speciale, ha due opzioni. Condannato alla strada, senza un tetto sotto cui stare. Oppure viene accolto dai movimenti che organizzano e gestiscono le occupazioni di edifici non più abitati, decine in tutta Italia. Vi sono edifici scolastici abbandonati, magazzini dismessi, palazzi un tempo proprietà di grandi aziende dell’industria italiana come Alitalia o Ferrovie dello Stato, lasciati vuoti, ripopolati e riqualificati da associazioni che si battono per il diritto alla casa. Su queste precarie condizioni pende sempre la minaccia dello sgombero, motivato da ragioni di decoro urbano e sicurezza. Minaccia sempre più frequentemente concretizzata attraverso le circolari inviate dal ministro dell’Interno Matteo Salvini ai prefetti di tutta Italia, tramite cui il segretario leghista ha ordinato il pugno di ferro contro qualsiasi forma di “illegalità”.

Da nord a sud gli sgomberi degli ultimi anni

Quella degli sgomberi non è una partita iniziata di recente. Già il ministro leghista Roberto Maroni, tra il 2008 e il 2013, durante l’ultimo governo Berlusconi, aveva iniziato a dare la linea. Ripresa in parte dall’ex ministro Pd, Marco Minniti. L’ordine, anche se in forme diverse, è sempre quello di svuotare, da nord a sud Italia, tutti gli edifici occupati, diventati “casa” per migliaia di persone.

Se andiamo di poco indietro nel tempo, ne ricordiamo alcuni.

Bologna, agosto 2017: la polizia sgombera il centro sociale Labàs dalla Caserma Masini di cui era proprietaria un tempo la Cassa Depositi e Prestiti. In cinque anni di autogestione gli attivisti l’avevano trasformata in casa per circa quindici famiglie e in luogo di ristoro con una pizzeria biologica. Sempre nel capoluogo emiliano, recentissimo lo sgombero dell’XM24, altro centro sociale nel quartiere della Bolognina, punto di riferimenti per gli abitanti della zona e per chi non aveva residenza.

Sesto San Giovanni, Milano, settembre 2018: sgomberato due volte il residence sociale Aldo dice 2×1, mandate via 200 persone che vivevano lì dal 2016. Prima in un’ex struttura Alitalia, poi nella Torre Ligresti. Il Comune di Milano aveva proposto a 40 famiglie, quelle più bisognose, alloggi transitori per 18 mesi.

A Roma, l’ultimo blitz delle forze dell’ordine è stato, appunto, al quartiere Primavalle, e altre decine di edifici saranno riportati in “sicurezza”. Per non parlare del Baobab Experience, allontanato prima da via Cupa, poi da Piazzale Maslax, con i migranti costretti a dormire sui marciapiedi fuori dalla Stazione Tiburtina, al freddo, per tutto lo scorso inverno, controllati continuamente dalle forze dell’ordine. E nella capitale tutti ricordano ancora gli scontri di fine agosto 2017, tra la polizia e gli africani abitanti nell’edificio in via Curtatone, a pochi passi dalla stazione Termini.

Torino ne ha visti due molto più recenti: il 7 febbraio 2019 decine di persone, barricate fin sul tetto dell’edificio, sono state allontanate dall’Asilo, ex scuola materna di via Alessandria occupata da vent’anni.

L’ultimo, invece, è di pochi giorni fa. Ma più che un vero e proprio sgombero è un’azione concertata tra Comune, Regione e occupanti. Dopo sei anni, infatti, lo scorso 30 luglio, le istituzioni hanno recuperato il Moi di Torino, ex villaggio Olimpico che ha toccato picchi di 1300 residenti. Quella che era considerata l’occupazione più grande d’Europa ora sarà al centro di un progetto di riqualificazione e social housing. Come dire, il dialogo paga sempre.

E Cosenza scrive un’altra storia

Un po’ come nel capoluogo sabaudo, dunque, anche a Cosenza è stato scongiurato lo sgombero. A metà maggio i Prendocasa hanno organizzato la “disoccupazione” dell’Hotel Centrale dopo aver avuto precise assicurazioni dal Comune di Cosenza e dalla Prefettura che sarebbero state trovate soluzioni abitative dignitose per gli 80 occupanti.

Una parte è stata temporaneamente sistemata in strutture ricettive nell’attesa di sistemarsi definitivamente negli appartamenti in corso di ristrutturazione nell’ex Istituto religioso delle Canossiane. La maggior parte degli ex occupanti, invece, ha già trovato sistemazione in appartamenti in centro città. Sono state individuate le fasce più disagiate, per lo più individui senza lavoro, con figli a carico o con invalidità, per le quali è stato stipulato un contratto di affitto agevolato per quattro anni, di circa 30 euro al mese con i privati. Il resto lo paga il Comune di Cosenza, guidato dall’architetto Mario Occhiuto, in quota Forza Italia, attualmente candidato alla guida della Regione Calabria, dove presto ci saranno le prossime elezioni. Che potrebbero essere decise proprio nella città di Cosenza, che è sede dell’Università più importante della regione e la cui immagine è stata rinnovata da grandi opere volute dall’attuale sindaco Mario Occhiuto: il Ponte di Calatrava, il Planetario, il Parco del Benessere e l’imminente metro leggera, in corso di costruzione.

In questo contesto si muove la lotta per il diritto all’abitare che per il movimento degli occupanti “è l’unica grande opera”. Felici della situazione trovata, hanno potuto scrivere su un grande striscione appeso sull’ex albergo occupato Let’s go home. Andiamo a casa.

Più di 18 mila gli edifici inutilizzati in Calabria

In Calabria, in provincia di Cosenza, la più popolosa della regione, per 715.000 abitanti ci sono 246000 edifici, di cui 18000 inutilizzati. Complessivamente 270000 stanze vuote. Se consideriamo la conurbazione Cosenza e Rende, centri attaccati uno all’altro, che insieme contano 105 mila abitanti, vi sono circa 13 mila edifici di cui almeno 750 inutilizzati.

Le occupazioni in città esistono da diversi anni. Ce lo confermano Ferdinando Gentile e Simone Guglielmelli, tra i principali attivisti dei Prendocasa: «Da quando è scoppiata l’emergenza Nordafrica, tra il 2010 e 2011, con i profughi mandati via dai Cara e dai Centri di prima accoglienza anche nella nostra provincia, una cinquantina arrivarono qui a Cosenza», spiega Gentile. E Guglielmelli aggiunge: «Quello fu un anno cruciale per il movimento di lotta per la casa in tutta Italia Dopo il corteo del 19 ottobre a Roma ci furono occupazioni in tutto il Paese. E ci siamo mossi anche noi».

Edifici religiosi, ma anche palazzine ex Aterp abbandonate, come quella in via Savoia, in pieno centro cittadino, che ha acquistato nuova vita, popolata com’è da una trentina di bambini di varie nazionalità, che vivono con le loro famiglie e con Jessica Cosenza, studentessa 24enne fuori sede e giovane attivista che ha deciso di unirsi agli occupanti. Protagonista del docufilm di Daniele Gaglianone, “Dove Bisogna Stare”, che prende le mosse dal dossier Fuori Campo 2017 di Medici Senza Frontiere. E accusata per un periodo, insieme agli altri attivisti, dalla Procura di Cosenza di associazione a delinquere, occupazione abusiva, violenza privata ai danni degli occupanti e furto di energia elettrica. Accuse partite dopo il famigerato  “Piano casa” del ministro alle Infrastrutture Maurizio Lupi nel 2014 «Con quella norma si sono criminalizzate le occupazioni in Italia. L’articolo 5, infatti, vieta l’allaccio ai pubblici servizi per tutti coloro che vivono in questi luoghi. Un attacco alle povertà, in nome del principio della legalità a ogni costo».

Anche sull’occupazione di via Savoia ora vi è una minaccia di sgombero, poiché l’Aterp vorrebbe riprendere possesso della struttura. Che i Prendocasa vorrebbero poter ristrutturare per ricavarne appartamenti regolari.

In questo hanno avuto una importante sponda dalla Regione Calabria. Infatti grazie all’impegno dell’assessore alle Politiche sociali, Roberto Musmanno, è stata approvata a fine giugno la legge regionale sull’auto recupero del patrimonio immobiliare pubblico.

Parte da una legge regionale una nuova idea per il diritto alla casa 

La legge regionale 22/2019 è soprattutto una norma di buon senso, dunque, che – come ci spiegano i tecnici che hanno lavorato alla stesura di questa norma in collaborazione con l’assessore alle Infrastrutture, Roberto Musmanno, referente del testo – punta a rendere più facile l’assegnazione di quegli edifici pubblici abbandonati a organizzazioni sociali attraverso l’indizione di bandi comunali. Come stabilisce il secondo articolo della norma, infatti, “La Regione, le province, la Città metropolitana di Reggio Calabria, i comuni, l’azienda territoriale per l’edilizia residenziale pubblica regionale, le istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza e gli altri enti pubblici possono adottare programmi di recupero di immobili di loro proprietà, ubicati nel territorio della Regione Calabria, destinati a finalità diverse da quelle di edilizia residenziale pubblica, inutilizzati o comunque in avanzato stato di degrado, con priorità per gli immobili ubicati nei centri storici, al fine di assegnarli, per l’esecuzione di interventi di recupero, a organizzazioni di autorecupero e di concedere in locazione con contratto a uso abitativo ai soci di dette organizzazioni le unità immobiliari risultanti dagli interventi medesimi”. Questo per snellire alcune procedure previste dalla legge 32 del 1996, riformata dalla 27 del 2017, che regolamenta l’assegnazione delle case popolari attraverso graduatorie e “promuove il sistema dell’edilizia residenziale sociale (ERS) realizzato da soggetti pubblici e privati, volto a ridurre il disagio abitativo”. Dopo alcune correzioni terminologiche necessarie a seguito di un intervento ministeriale, arriverà il testo definitivo. Che non cambierà, però, la portata della legge e il suo scopo.

La vita dopo l’occupazione: «Finalmente una casa vera»

Dal punto di vista normativo si tratta di una grande conquista, che è certamente frutto di un’abile e fruttuosa negoziazione tra occupanti e amministrazione pubblica. E che cambierà la vita di molti che, migranti o autoctoni, non possono pagare l’affitto per un alloggio.

Per capire nel frattempo come siano gli appartamenti concessi in locazione agli ex occupanti dell’Hotel Centrale, siamo andati a visitarne alcuni. Come quello in cui sono andati a vivere tre ragazzi nigeriani, che abitano in corso Trieste, vecchia area del centro cittadino. Vito Agarianna – nome italiano e cognome della sua tribù – 30 anni, viene dalla Nigeria, dall’Edo State (la stessa regione di Darlington Valentino, uno dei giocatori della squadra Mmishkata).

I genitori sono morti nel suo villaggio e lui è scappato in Italia. Dove adesso lavora come sarto. «Questa è la mia famiglia ora, questo è il mio paese». E mentre parliamo apre uno scatolone con la macchina da cucire ed esclama: « Guarda, l’ho comprata di seconda mano a Napoli, ho imparato questo mestiere prima di fuggire dal mio Paese e adesso riparo vestiti ai miei amici e a chiunque ne abbia bisogno».

I suoi coinquilini sono Jerry e Godwin. Quest’ultimo, 21 anni, è arrivato in Italia da Taranto nel 2016. Ci mostra orgoglioso la sua stanza e dice: «L’ordine e la pulizia per me sono fondamentali. Non perché siamo africani vuol dire che siamo sporchi e selvaggi, nel villaggio dove sono nato mi hanno cresciuto con molta severità!».

In questa stessa palazzina al piano di sopra ci sono due italiani. Felice Adriani, cuoco e artigiano, e Tina Colao, artista e tatuatrice. Vivevano entrambi all’Hotel Centrale, dove si prendevano cura della comunità, cucinavano con le donazioni di cibo e le collette che riuscivano a mettere su tra gli occupanti. Adesso, nel nuovo appartamento conquistato dopo mesi di trattative con Comune e Prefettura, lui e la compagna restano il punto di riferimento degli altri ex occupanti. «Siamo una grande famiglia e spesso ci vediamo, ceniamo insieme e ci aiutiamo reciprocamente».

A pochi passi da casa loro, in uno stabile antico di via dei Rivocati, nelle vicinanze del palazzo comunale, vivono altri tre ragazzi. La differenza con le condizioni dell’Hotel Centrale è evidente: dispongono di un bagno con la doccia, di stanze comode e potranno condurre una vita più dignitosa rispetto all’occupazione.

Due di loro sono gambiani: Aboubakar, attaccante della Mmishkata (ve ne avevamo parlato qui), e la fidanzata Nyima, che ha 20 anni. Lei è arrivata nel 2016, approdata a Vibo Valentia. «Per farmi partire dalla Libia la mia famiglia ha pagato quasi 1000 dalasi, moneta locale gambiana».  Ora per molti di loro inizia una fase diversa della vita. Più ordinata, ma non per questo più semplice. Perché per chi non è entrato o è uscito dai progetti Sprar e non usufruisce più dell’inserimento lavorativo, integrarsi socialmente è molto più complicato. Come dice Assan, uno dei coinquilini di Aboubakar: «Io non sono qui per sopravvivere e arrangiarmi alla giornata, ma per vivere dignitosamente. Ho un figlio di 8 anni e voglio che vada a scuola, perché ne ha diritto».

Quello stesso diritto per cui si batteva il suo coetaneo dello sgombero di Primavalle. Chissà che magari un giorno non si ritroveranno insieme all’Università. La storia di Cosenza, in fondo, dimostra che pazienza, collaborazione e dialogo possono portare a soluzioni che accontentino tutti. E chissà che per una volta non sia la Calabria a far da esempio alle altre regioni d’Italia.

Fonte: openmigration.org