1 de dezembro de 2020

Immigrati: costo dei trasferimenti e tassazione da cambiare Il ritorno della pandemia sta squassando le economie dei Paesi più sviluppati, ma non si guarda a sufficienza ai danni ancora più gravi che sta infliggendo ai Paesi in via di sviluppo. Tanto che non sono pochi i governi che hanno rinunciato di fatto a imporre nuove misure di confinamento, per non uccidere del tutto il commercio e le economie urbane. Tra i contraccolpi più seri va annoverato il previsto calo delle rimesse degli emigranti, la forma più notevole con cui chi si è insediato all’estero sostiene i propri familiari in patria: un flusso di risorse stimato per il 2019 dalla Banca Mondiale in 714 miliardi di dollari, senza contare i trasferimenti informali. Per diversi Paesi è la prima o una delle prime voci attive negli scambi con l’estero. Per l’Italia, come annota Lorenzo Luatti nell’ultimo Dossier Idos, le rimesse hanno superato nel 2019 la cifra di sei miliardi di euro.

Il primo Paese a beneficiarne è il Bangladesh, seguito dalla Romania. Seguono altri quattro nazioni asiatiche (Filippine, Pakistan, India, Sri Lanka) e due africane (Senegal e Marocco). La Fondazione Moressa stima che ogni immigrato abbia mandato in patria in media 1.200 euro nel corso del 2019, circa 100 euro al mese. Un grande aiuto per molte famiglie dei Paesi in via di sviluppo. Nel 2020 però, secondo stime attendibili, a causa delle perdite di lavoro e di reddito degli emigrati, è previsto alla fine dell’anno un calo delle rimesse stimato intorno al 20%, con una discesa a 572 miliardi dollari. Lasciando da parte le intenzioni strumentali del noto slogan «aiutiamoli a casa loro», sono in molti – certamente anche tra i lettori di ‘Avvenire’ – a domandarsi come sostenere persone e famiglie dei vari Sud del mondo, e come il nostro governo potrebbe promuovere il «diritto a non emigrare ».

Le rimesse infatti mantengono le famiglie in loco, un calo delle rimesse rischia fra l’altro di tradursi in un incentivo indiretto a raggiungere i parenti insediati all’estero. Una proposta concreta potrebbe allora essere quella di abolire l’odiosa tassa sulle rimesse verso i Paesi extracomunitari, pari all’1,5% degli importi, introdotta nella stagione delle politiche migratorie salviniane (art. 25-novies del decreto-legge 23 ottobre 2018, n. 119). Una tassa mortificante su chi a prezzo di sacrifici e rinunce ‘aiuta casa sua’. La tassa non è mai diventata operativa: risparmiava le transazioni commerciali e colpiva solo i money transfer, introducendo una disparità di trattamento tra gli operatori dei servizi finanziari e mostrando il chiaro intento discriminatorio di colpire le rimesse degli immigrati a favore dei familiari. In realtà la tassa aveva soprattutto un significato ideologico, come tante altre misure-bandiera in questo campo così propizio ai provvedimenti simbolici: dare soddisfazione a uno dei più insistiti temi polemici del discorso anti- immigrati, ossia l’idea che le rimesse siano risorse sottratte al nostro Paese. Un’accusa mossa agli immigrati che finanziano alimentazione, cure mediche, educazione, migliorie abitative dei familiari in patria, ma non a chi sposta ingenti capitali all’estero per fini difficilmente qualificabili come socialmente orientati. Ecco perché è importante che la tassa venga definitivamente cancellata, dando un chiaro segnale di appoggio verso gli immigrati che aiutano casa loro. Inoltre, e a maggior ragione, il governo dovrebbe rilanciare con risolutezza un impegno intrapreso anni fa e interrotto durante il governo giallo-verde: operare per diminuire i costi dell’invio di rimesse, come richiede il Global Compact for Migration all’obiettivo 20.

Oggi, per far capire l’ingiustizia del sistema attuale trasferire da 65 a 130 euro con Moneygram, collegato a Poste italiane, costa 14 euro, oltre a un tasso di cambio stabilito dall’operatore stesso, salvo condizioni speciali per alcuni Paesi non specificate sul sito. Risvegliarsi dall’incubo xenofobo, correggerne le derive, impostare politiche migratorie responsabili ed equilibrate significa anche favorire e non penalizzare la spedizione di rimesse che migliorano la vita delle famiglie del Sud del mondo.

 

Avvenire