13 de novembro de 2020

Salgono i contagi per la nuova ondata di Covid 19, e le strutture ospedaliere stanno entrando in affanno. Scarseggia il personale sanitario e servono rinforzi. Ci sarebbero in realtà professionisti da mobilitare, ma tanti ostacoli li bloccano, o portano a impiegarli a mezzo servizio. Sono i medici, gli infermieri, i tecnici, gli operatori sanitari stranieri. Secondo l’Amsi (Associazione medici stranieri in Italia), si tratta di 77.500 persone, tra cui 22mila medici, 38mila infermieri, e poi fisioterapisti, farmacisti, odontoiatri e altri professionisti della sanità.

Molto complicato per loro entrare nel sistema pubblico: solo il 10% ci è riuscito, mentre l’80% alimenta la sanità privata. Malgrado una legge di sette anni fa abbia abolito il requisito della cittadinanza per la partecipazione ai concorsi pubblici, questo non vale per i medici, in quanto dirigenti. E i dirigenti del settore pubblico, secondo un Dpcm dell’ormai lontano 1994, devono essere per forza italiani. Nel decreto Cura Italia è stata prevista, durante l’emergenza Covid, anche la possibilità di esercitare professioni sanitarie nel nostro Paese con un titolo conseguito all’estero, secondo «specifiche direttive dell’Unione Europea» (art. 13). Le Regioni sono state autorizzate ad assumere questi porofessionisti temporaneamente, e quindi ad ammetterli nella sanità pubblica. Il linguaggio contorto del decreto, il suo annegamento nelle 77 pagine del Cura Italia, la pigra abitudine di ricopiare i bandi di concorso precedenti, devono però aver frenato la sua traduzione operativa, quando invece nuove forze servirebbero, e servirebbero subito. Di fatto, secondo un monitoraggio dell’Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione), nei bandi pubblici usciti in questi mesi nessuno ammette i professionisti stranieri. Questo non ha impedito a molti di loro di contribuire a fronteggiare l’emergenza, in cui alcuni hanno anche perso la vita, come Samar Sinjab e Manuel Efrain Perez, come ricorda la Newsletter digitale “Nuove Radici”.

Contratti temporanei, collaborazioni variamente definite, precariato senza sbocchi, sono l’avaro contraccambio per la loro dedizione. Non manca chi è stato assunto durante la concitata fase primaverile di gestione della pandemia, e dimesso non appena le acque si sono provvisoriamente calmate. La vicenda, oltre che drammaticamente attuale, è istruttiva per diversi aspetti. Primo, le professioni sanitarie sono il più importante vettore di mobilità internazionale del lavoro qualificato: secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, comprendendo l’assistenza agli anziani coinvolgono circa 100 milioni di persone nel mondo, con una elevata partecipazione femminile. In Europa, come sostiene l’Umem (Unione medica euro– mediterranea), lavorano circa 500mila medici immigrati, per la maggioranza di origine araba. In secondo luogo, nel nostro Paese – a differenza di quasi tutti gli altri grandi Paesi (non solo) europei – manca una cultura e una politica dell’immigrazione qualificata. Da noi è già molto se agli immigrati si riconosce il merito di colmare i vuoti nelle fasce inferiori del mercato del lavoro.

La resistenza a riconoscere titoli di studio e qualifiche professionali, a sviluppare corsie rapide di conversione dei diplomi, ad ammetterli nell’impiego pubblico, diventa apertamente autolesionistica in tempi di Covid. Pur di mantenere un sostanziale monopolio nazionale delle professioni sanitarie, almeno quelle stabili e adeguatamente riconosciute, si preferisce rinunciare all’apporto dei professionisti stranieri. Infine, stride la contraddizione tra un discorso pubblico sull’immigrazione ossessivamente concentrato sugli sbarchi e le richieste di asilo, e una realtà molto più differenziata e composita. Dovremmo parlare di immigrazioni al plurale, ricordando sempre le grandi diversità interne alla popolazione immigrata, per origine, condizione legale, anzianità di soggiorno, livelli d’istruzione, qualificazioni professionali. Di fatto, l’attenzione dell’opinione pubblica si appunta di volta in volta sulle componenti dell’immigrazione che appaiono più problematiche o facilmente stigmatizzabili. Da lì poi il discorso si generalizza all’immigrazione nel suo complesso, con la spinta o comunque l’interessato concorso di una certa politica e dei mass–media che le fanno da coro. Ogni volta che parliamo di immigrati, dovremmo invece ricordare che fra di loro ci sono medici, infermieri, operatori sanitari che si spendono a favore della salute degli italiani. E altri che vorrebbero spendersi, ma non ci riescono.

Avvenire