5 de julho de 2017

 È passato poco più di un anno dallo smantellamento di Idomeni, il campo profughi informale più grande d’Europa. L’estate scorsa quasi 50mila migranti, provenienti principalmente da Siria, Afghanistan e Iraq erano rimasti bloccati in Grecia. Circa il 40% di loro erano bambini. Ecco cosa è successo da allora e perché, per molti di loro, l’attesa non è ancora finita

È passato poco più di un anno dallo smantellamento di Idomeni, il campo profughi informale più grande d’Europa. L’estate scorsa quasi 50mila migranti, provenienti principalmente da Siria, Afghanistan e Iraq erano rimasti bloccati in Grecia. Circa il 40% di loro erano bambini. Ecco cosa è successo da allora e perché, per molti di loro, l’attesa non è ancora finita

“La Dachau dei nostri giorni”, così il ministro dell’Interno greco aveva descritto Idomeni, il più grande campo profughi informale d’Europa. Lo scorso anno i campi intorno a questo villaggio di 150 abitanti nel nord della Grecia, snodo chiave della rotta balcanica per i migranti provenienti dal Medio Oriente, si era trasformato in un gigantesco imbuto umanitario, dopo la chiusura della frontiera macedone. Per mesi, tra le 12mila e le 17mila persone, principalmente provenienti da Siria e Iraq e per il 40% bambini erano stati costretti da dormire, mangiare e vivere in tende e ripari di fortuna.

«Adesso Idomeni è completamente vuoto», spiega Liene Viede, responsabile comunicazione di Unhcr nel nord della Grecia. « A vedere oggi quei campi non ci si potrebbe mai immaginare la portata di quella crisi umanitaria».

A fine maggio 2016, senza troppo preavviso, il governo greco aveva iniziato lo sgombero. In pochi giorni le ruspe erano riuscite a spazzare via le tende e le persone erano state caricate sugli autobus e trasferite nei 9 campi governativi gestiti dall’esercito greco in collaborazione con l’Unhcr, allestiti d’urgenza, in ex capannoni e magazzini nella periferia di Salonicco. «Non si poteva lasciare le persone ad affrontare il caldo insostenibile dell’estate, così sono state trasferite, anche se i campi non erano pronti per accoglierle», continua Viede.

Gabriele Casini di Save the Children, che aveva seguito il trasferimento aveva denunciato «la mancanza di accesso all’acqua, l’aria irrespirabile e la mancanza delle condizioni di sicurezza minime per i bambini», sottolineando che diversi pozzi non erano nemmeno stati chiusi.

Nei campi governativi che un anno fa, sulla terraferma, erano in tutto 34, aveva poi avuto inizio il processo di pre-registrazione per i profughi, curato dal Servizio di Asilo Greco con il sostegno dell’UNHCR, l’obiettivo permettere a chi era arrivato nel Paese prima dell’accordo tra Grecia e Turchia del 18 marzo 2016, di ricevere documenti di identificazione e accedere ai servizi di base, chiarendo anche quali potessero essere le diverse opzioni a cui avevano diritto.

Tre le possibilità: fare domanda di asilo in Grecia, chiedere il ricollocamento in un altro Paese europeo (opzione aperta solo a siriani e iracheni e comunque incerta, visti i posti disponibili limitati), oppure il ricongiungimento familiare, per chi aveva parenti stretti in un’altra nazione europea.

Tra giugno e luglio 2016 su circa 47.400 profughi presenti sulla terraferma, sono state pre-registrate 27.592 persone, il 54% siriani, seguiti da afghani (27%), iracheni (13%) e palestinesi (2%).

«Il processo per molti non è ancora finito. Dopo la prima fase, le persone hanno dovuto aspettare la convocazione per il colloquio ufficiale e poi la risposta definitiva alla propria pratica», spiega Viede. «Negli ultimi mesi c’è stata un’accelerazione, ma i numeri sono ancora esigui». Da settembre 2015 ad oggi sono state ricollocate in tutto 16.113 persone, circa il 22% di quanto gli altri Paesi europei avevano promesso di accogliere, mentre le richieste di asilo andate a buon fine sono circa 16.500 dall’inizio dell’anno.

Dopo l’accordo con la Turchia il numero degli sbarchi è calato notevolmente: nel 2015 gli arrivi sono stati 853.650, nel 2016, 173.561 e nei primi sei mesi del 2017, appena 9.461.

Secondo l’Unhcr in tutta la Grecia ci sono adesso 46mila profughi, anche se Medici Senza Frontiere (MSF) ne stima 60mila.

«Per fare spazio ai nuovi arrivi, diverse persone sono state trasferite dalle isole, nei campi sulla terraferma, dove oggi si trovano circa 25mila profughi, mentre stimiamo che 9mila di questi vivono per strada», continua Viede. «La situazione nei campi è leggermente migliorata e come l’Unhcr abbiamo attivato un piano per trasferire le persone più fragili in appartamenti e hotel, prevalentemente le persone malate o con bambini piccoli. L’attesa però è lunga. Molte persone che erano a Idomeni stanno ancora aspettando e questo ha un impatto emotivo e fisico molto forte». A confermarlo, anche MSF che è presente con 3 cliniche ad Atene, 6 a Samos e uno staff itinerante nei campi dell’area di Salonicco. «Il lavoro che stiamo facendo adesso è soprattutto di supporto psicologico e psichiatrico. L’attesa è lunghissima e deleteria», spiega Louise Roland-Gosselin, advocacy manager di MSF. «L’attesa è lunghissima e deleteria. Un anno fa le persone erano nell’assetto mentale di sopravvivenza, erano fuggite dalle violenze del proprio paese, dalla guerra e avevano in un certo senso represso i traumi. Adesso quella tensione non c’è più. Si trovano in questo limbo da mesi, alcuni da più di un anno». E, secondo MSF le condizioni nei campi sono ancora pessime. «Dire che le cose sono migliorate è molto pericoloso. In molti campi non ci sono ancora le minime condizioni di sicurezza, per molte donne è pericoloso anche andare in bagno da sole, la notte. L’emergenza qui non è finita, ha solo cambiato faccia».

Fonte: Vita