8 de março de 2018

idi itaCome si misura il traffico di esseri umani? Come si individuano le vittime? E come si intrecciano tratta e migrazione? Claudia Torrisi ci racconta una grande conferenza internazionale sulla tratta che si è svolta a Montecitorio.

Come si misura il traffico di esseri umani? Come si individuano le vittime? E come si intrecciano tratta e migrazione? Claudia Torrisi ci racconta una grande conferenza internazionale sulla tratta che si è svolta a Montecitorio.

Nonostante negli ultimi vent’anni organizzazioni nazionali, europee e internazionali siano sempre più impegnate nella lotta alla tratta di persone, quello del traffico di esseri umani continua a essere fra i giri d’affari più redditizi per i gruppi criminali: migliaia di donne, uomini, bambine e bambini vengono scambiati, rivenduti e utilizzati a scopo di sfruttamento sessuale, lavorativo, nell’accattonaggio, nel commercio di organi. Una violazione sistematica dei diritti umani che si intreccia con le politiche migratorie e di accoglienza, e si evolve e si modella in base ai cambiamenti delle azioni di contrasto.

Cosa non funziona negli strumenti per la lotta alla tratta? Come ripensare il sistema? Gli aspetti sono diversi, come emerso durante la conferenza internazionale organizzata dall’associazione On the Road Onlus, da anni impegnata nella tutela dei diritti umani.

Il problema dei numeri
Misurare il traffico di esseri umani è complicato. Il fenomeno è stato definito nel 2011 dall’International Labour Organization (Ilo) come qualcosa che è “hard to see, harder to count”, difficile da vedere, ancora più arduo da contare. È un assunto che vale ancora: da un lato nella tratta c’è una grande parte di sommerso, dall’altro i dati e gli strumenti a disposizione sono disomogenei e incoerenti. Basta dare uno sguardo ai numeri.

L’ultimo Global Slavery Index elaborato da Walk Free Foundation nel 2016 quantificava in 40,3 milioni di persone le vittime di schiavitù moderna nel mondo. La nuova edizione – prevista per maggio 2018 in collaborazione con l’Ilo – confermerà questo dato. Le misurazioni sono complicate e non esenti da critiche, anche perché c’è penuria di stime nazionali.

L’Iom, invece, parla di 7 mila vittime di tratta all’anno, circa 90 mila dal 2002. La statistica è basata sui casi denunciati o identificati, e dunque non tiene conto del sommerso. Infine, l’Unodc (l’ufficio Onu per il controllo della droga e la prevenzione del crimine) ha contato 63.251 persone vittime di tratta fra il 2012 e il 2014. Anche a livello europeo la questione dei dati è parecchio complessa. Secondo la Commissione europea, le vittime di tratta sono state 15.846 tra il 2013 e il 2014; per Europol, invece, nello stesso periodo il numero si aggirava intorno a 7.500.

In Italia, le stime del Dipartimento delle Pari Opportunità contano 1.172 persone inserite in percorsi di protezione nel 2016. I dati dell’Iom, raccolti nello stesso anno sui luoghi di sbarco, parlano di 8.277 potenziali vittime di traffico di esseri umani, 6.599 identificate, 290 segnalate, 135 inserite in rete anti-tratta. Il divario emerge perché c’è un grosso problema sui criteri di identificazione delle vittime di traffico di persone – e un sistema che ha difficoltà a intercettare il fenomeno, ne avrà ugualmente a misurarlo.

La tratta si combatte anche con le politiche migratorie
Per l’esperto di traffico di esseri umani Claudio Donadel, la tratta è “un fenomeno parassitario”: si nutre, infatti, di altre questioni connesse, come la prostituzione, il lavoro nero, la mala accoglienza, la marginalità e altri ambiti di sfruttamento. Per questa ragione, spiega Donadel, qualsiasi sistema di interventi che si concentri solo sulla tratta non sarà pienamente efficace; solo le politiche che governano questi fenomeni “collaterali” possono farlo: “la tratta si combatte anche e soprattutto fuori dalla tratta. Ad esempio con l’apertura di canali per i lavoratori stranieri, di canali umanitari, ed evitando processi di vittimizzazione. Tutte politiche di gestione di flussi migratori, e non di lotta alla tratta”.

Salvatore Fachile, avvocato dell’Asgi, nota come nell’ultimo periodo istituzioni nazionali e Ue abbiano puntato tutta l’attenzione sul concetto di “protezione”. Questo, però, rischia di far perdere di vista proprio gli aspetti connessi al fenomeno migratorio. “Dal 2015 in poi, la Commissione Europea ha modificato il suo approccio nei confronti del movimento [di persone], iniziando da un lato una politica sistemica di accordi con paesi di origine e di transito dei migranti, come quello con la Turchia, e dall’altro lavorando a una riforma del Regolamento di Dublino che prevede che la richiesta d’asilo venga fatta fuori dalla Ue”. Anche l’Italia ha stretto accordi, ad esempio con il Niger o la Libia. Per Fachile, si è scatenata “una lotta al movimento, attraverso una doppia esternalizzazione: della frontiera e dell’asilo”.

È evidente che tratta e migrazioni sono connessi. Maria Grazia Giammarinaro, Special Rapporteur on trafficking in persons per le Nazioni Unite, spiega che “spesso le persone che sbarcano in Italia sono già state soggette a tratta durante il viaggio, ma è difficile da dimostrare. Come le ragazze nigeriane che arrivano con un numero da contattare, sono già dentro una rete”. Per questa ragione, aggiunge, bisogna “assolutamente evitare che altre politiche di settore, ad esempio quelle migratorie, contraddicano platealmente le dichiarazioni che vengono fatte in maniera di “trafficking”. Un esempio evidente è l’accordo con la Libia, che va denunciato e immediatamente terminato. La strategia anti tratta non è anti immigrazione. Al contrario: è una strategia di solidarietà, di accoglienza”.

Vulnerabili o irregolari: una questione di etichette
Secondo Giorgia Serughetti, ricercatrice dell’Università di Milano Bicocca, il traffico di esseri umani intreccia categorie create ad hoc per il contesto migratorio, che però mal si conciliano con la complessità delle situazioni concrete. Ad esempio, quando si distingue tra migrazione volontaria o involontaria (e quindi si parla di consenso della vittima al viaggio), come comportarsi con il debito volontario che le ragazze nigeriane contraggono per perseguire un progetto migratorio? Lo stesso vale per migrazione economica o forzata, poiché spesso i fattori che spingono la prima sono violazioni di diritti umani. Queste difficoltà si palesano nella fase dell’identificazione, negli hotspot dove vengono divisi i migranti irregolari da coloro che hanno diritto all’asilo. “Possono verificarsi situazioni come l’invio delle ragazze nigeriane al Cie di Ponte Galeria nel 2015 e la successiva espulsione di molte di loro”, dice Serughetti rievocando un episodio che riguardò 66 ragazze nigeriane.

Gli stessi problemi, aggiunge la ricercatrice, si verificano al momento di riconoscere il permesso di soggiorno, che tiene conto “oltre che della ‘vulnerabilità della richiedente asilo’ anche della sua volontà di aderire a un programma di protezione per vittime di tratta e di entrare in una struttura protetta. La protezione è cioè subordinata alla volontà di rappresentarsi come vittime, un requisito che nessuna legge prevede come condizione per il riconoscimento della protezione”.

Serughetti definisce questo come “un problema di etichette”: “sono in gioco delle figure su ciò che è più vero o più falso – vere rifugiate, vere vittime, o false rifugiate e false vittime, vulnerabili o pericolose”. Il problema delle etichette è che spesso non collimano con la realtà, e gli stereotipi si portano dietro il rischio di esclusione. Per la ricercatrice, tutto discende da una mala interpretazione del concetto di “vulnerabilità”, rappresentata come opposta e inconciliabile con l’”agency”, cioè la capacità di azione personale, oppure come l’appartenenza a un gruppo, a discapito della soggettività. “La vulnerabilità va ripensata”, conclude Serughetti, “e va riconcepita la protezione, da rivolgere a tutti i soggetti delle migrazioni bisognosi di riceverla”.

Il fatto che le persone trafficate oscillino tra l’essere considerate migranti irregolari o vittime prive di possibilità di autodeterminazione, fa sì che non vengano riconosciute per quello che sono: soggetti di diritti. “Quello dei diritti è un discorso che fatica ad affermarsi, soprattutto nell’approccio delle legislazioni e delle politiche nazionali. Siamo molto lontani da questo traguardo”, afferma Giammarinaro. “C’è sempre l’idea che la vittima viene presa in carico dalle autorità e da lì in poi sono loro che decidono in sua vece”, aggiunge, “e invece, andare oltre significa proprio il contrario: far emergere questa persona come “rights holder”, in grado di autodeterminarsi. Una persona che non va lasciata sola, ma accompagnata in un percorso di recupero di piena dignità e autonomia. Ma per questo serve una volontà politica”.

Fonte: http://openmigration.org/analisi/come-si-misura-e-si-combatte-il-traffico-di-esseri-umani/ 08.03.2018