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Alla fine del viaggio: il disagio psichico dei migranti nel nord Italia

idi itaTraumi e torture che è difficile superare, ancor più nell’incertezza del futuro che accompagna l’attesa dopo aver fatto richiesta di asilo.

Traumi e torture che è difficile superare, ancor più nell’incertezza del futuro che accompagna l’attesa dopo aver fatto richiesta di asilo. Soprusi subiti, ricordi incancellabili, nevrosi, sindrome da stress post traumatico, autolesionismo e tentativi di suicidio. Se ne parla poco, ma rappresentano una parte importante del disagio delle persone migranti. Matteo Congregalli ha parlato con le persone che li assistono nel nord Italia nell’ambito della psichiatria ed etnopsichiatria, e che a volte non riescono a salvarli.

Al funerale di Fessahye c’erano gli psicologi e gli assistenti sociali che avevano seguito il suo caso. 
In molti erano increduli davanti alla morte di un paziente docile e collaborativo che dietro a un sorriso gentile nascondeva un mondo interiore più oscuro. 

“Ci siamo interrogati a lungo su quello che avremmo potuto fare di diverso per lui”, ricorda Marzia Marzagalia, etnopsichiatra di uno dei più grandi ospedali di Milano, una struttura all’avanguardia per il trattamento delle vittime di tortura fra migranti in arrivo in Italia. 



Fessahye veniva dall’Eritrea. Era arrivato in Italia attraversando l’Africa e poi il mare nel 2013. Era un cristiano copto, molto credente, che amava la teologia e si nutriva di storie di angeli e di demoni. E di storie di angeli e demoni si nutrivano le sue visioni. 

Era stato indirizzato per la prima volta verso le cure del reparto di etnopsichiatria in cui lavora Marzagalia poco dopo il suo arrivo. 
In preda a una crisi psicotica si era amputato di netto il braccio sinistro, in cui credeva si annidassero gli spiriti che lo perseguitavano. 

Chi si occupa di etnopsichiatria ha spesso a che fare con pazienti che spiegano i propri disturbi secondo categorie esoteriche. 
“In questi casi, il terapeuta deve accompagnare senza giudicare”, spiega la psichiatra. “Si trattava di una persona che era stata vittima di torture in Eritrea o lungo la tratta. Soffriva di psicosi, con un nucleo delirante che si alimentava delle sue letture esoteriche”. 
In quattro anni di psicoterapia e terapia farmacologica, Fessahye era riuscito a recuperare lunghe pause di serenità. Con il tempo si era guadagnato un posto nel cuore della comunità eritrea copta a Milano. 

Molti hanno faticato a trovare una ragione quando ha deciso di gettarsi sotto un treno della metropolitana, a detta di chi lo aveva in cura per darsi una morte rituale ed esorcizzare i demoni che si annidavano nel suo corpo. 

“In tutti questi anni ho imparato che non è possibile stabilire la cause certe di un suicidio”, ci spiega Marzagalia. “Come nel caso di Fessahye, la verità è che alcune persone sono così intimamente legate alla morte che si può fare poco per salvarle”.
Sin dal 2015, alcuni psicologi tedeschi hanno segnalato nei rifugiati siriani in arrivo in Europa sintomi della Sindrome da stress post-traumatico (nota nel linguaggio internazionale come Ptsd), e il trattamento psicologico delle vittime di tortura è branca della psichiatria tutt’altro che recente. Ma a detta di molti operatori dell’accoglienza, in Italia il supporto psicologico per le vittime di tortura resta ancora un argomento di nicchia. 

Il 3 maggio del 2017, il Ministero della Salute ha rilasciato alcune linee guida per l’assistenza, la riabilitazione e il trattamento dei disturbi psichici dei rifugiati e delle vittime di tortura. Nel documento, il Ministero comunica alle regioni i trattamenti indicati per i migranti che manifestano sintomi di disagio psichico, specialmente nei casi di Ptsd.

 Le linee guida indicano chiaramente la necessità di fornire supporto alle vittime di tortura.

Il rapporto avverte soprattutto del rischio che il processo di accoglienza senza supporto psicologico possa peggiorare i sintomi della sindrome da stress post-traumatico, con conseguenti tendenze suicide. 
I primi mesi del 2017 sono stati segnati da una serie di suicidi che sembrano confermare i timori del Ministero.

 A fine gennaio, Pateh Sabally, 22 anni, del Gambia si è lasciato annegare nel Canal Grande a Venezia. Aveva in tasca un permesso di soggiorno per motivi umanitari. 
Pochi giorni dopo, una domenica mattina, Mussie Hagu, un trentenne di origine eritrea, si è gettato da una finestra del centro di accoglienza in cui viveva. Era in Italia da quattro anni. Aveva provato a ottenere asilo in Repubblica Ceca senza successo. Era poi rientrato in Italia dove aveva iniziato un percorso di psicoterapia presso l’Ospedale Niguarda di Milano. 

A marzo, Maslax Moxamed, 19 anni, somalo, è stato trovato impiccato a un albero vicino al centro di accoglienza di Pomezia. Dopo essere sbarcato in Italia aveva preso un treno per il Belgio, da dove era stato respinto sulla base del Regolamento di Dublino. 

A inizio maggio, un migrante maliano di 31 anni si è impiccato sulla massicciata della Stazione Centrale di Milano.

In un tardo pomeriggio di fine giugno, nel mezzo di un acquazzone estivo che ha colto tutti di sorpresa, il dottor Mohamed Boustani sosta sull’uscio del piccolo ambulatorio del Centro di Aiuto della Stazione Centrale (Casc).

“Quando arrivano sono le persone più felici del mondo”, spiega il medico. “Si sentono in un posto in cui nessuno può far loro del male, in cui la legge li protegge”. 

Ma spesso, i traumi del viaggio tormentano chi arriva, sorriso o meno.
 È poco lontano da qui che si è impiccato alla massicciata della stazione il giovane soprannominato il Maliano, la cui identità resta ancora ignota al pubblico. “Nessuno qui conosceva il ragazzo che si è impiccato”, spiega il dottor Boustani, e gli i ex volontari dell’hub Emergenza Migranti che per molti anni hanno lavorato nell’area della stazione confermano di non averlo mai visto. “Ci siamo interessati al suo caso con chi ha fatto l’autopsia. Ma non è stato possibile capire il motivo del suo gesto”.
Come già raccontato da Open Migration, dopo l’applicazione rigorosa del Regolamento di Dublino, i migranti si trovano a non poter più transitare da Milano come facevano fino al 2015, ma sono invece costretti a fare richiesta di asilo in Italia, e questo pesa anche sulle questioni di salute mentale. 
“Oggi la rotta balcanica è chiusa. Le frontiere con la Francia, l’Austria e la Germania sono chiuse”, ci ricorda Boustani. Secondo Eurostat, il 2016 ha visto un aumento delle richiesta di asilo in Italia del 46 per cento, chiaro indizio che le cose sono cambiate. La quasi totalità sono richiedenti asilo che stanno in centri a cui la stampa può accedere solo dietro permesso della prefettura. 
“La stragrande maggioranza di persone che arriva in Italia passa dalla Libia”, spiega Marzia Marzagalia. 
Uno stato fallito, tre governi e una guerra civile, la Libia è da anni uno scalo obbligato per migliaia di migranti, prima di imbarcarsi e arrivare sulle nostre coste. 
L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) ha più volte denunciato il trattamento disumano dei migranti che attendono un passaggio verso l’Italia, spesso detenuti in carceri, sottoposti a violenze e stupri, alla mercé di milizie e trafficanti. 
”Si stima che tra il 33 per cento e il 75 per cento delle persone che arrivano qui siano state vittime di tortura, abbiano traumi psicologici estremi e siano potenzialmente dei vulnerabili psichici a seguito delle violenze subite in Libia”, dice Marzagalia.

Il numero di arrivi, l’alta incidenza di traumi in chi sbarca in Italia e la prospettiva di rimanervi a tempo indeterminato richiede secondo Marzagalia un cambiamento nel tipo di accoglienza: “non si tratta più di un’emergenza, ma di un fenomeno. Dobbiamo andare oltre la prima ac
coglienza nei centri e prestare attenzione alla cura dei traumi psicologici”. 



Il centro Naga-Har di Milano ha uno sportello che offre supporto psicologico alle vittime di tortura. 
Alcuni volontari aiutano i richiedenti asilo a preparare il loro colloquio alla Commissione territoriale. 

Almeno venti persone provenienti da Africa e Asia arrivano alle due e mezza del pomeriggio e si siedono su alcune sedie di plastica in corridoio. Aspettano il loro turno per parlare con un operatore e scoprire quando potranno presentarsi davanti alla commissione. 
Ci sono gesti di stizza quando, verso le cinque, un volontario annuncia di non poter prendere più appuntamenti. 

Molti sono qui anche solo per passare il pomeriggio. Alcuni si distraggono giocando a dama con tessere del domino e tappi di bottiglia. In tv, nella saletta comune, passa un documentario sul Terzo Reich, ma nessuno gli presta attenzione.

“Al loro posto mi sarei già ammazzata per tutto quello che hanno passato per arrivare qui”, dice Cesara Montoli, una degli psicologi del programma di assistenza per le vittime di tortura. “Fanno di tutto per arrivare. Hanno questa resilienza che permette loro di superare i traumi del viaggio e i traumi dell’arrivo – quella che io chiamo la tortura dopo la tortura”. 

La “tortura dopo la tortura” non è altro che la lunga attesa di un appuntamento alla Commissione territoriale per cercare di ottenere una forma di protezione, e l’attesa di sapere cosa sarà del proprio futuro.
 Secondo il rapporto Sprar 2016, in media, l’audizione di fronte alla commissione avviene 252 giorni dopo la presentazione della domanda. La crisi per riadattarsi, l’accesso all’accoglienza, l’accoglienza tardiva e i tempi lunghi di attesa sono tutti fattori che possono provocare una ri-traumatizzazione secondaria, come definito dal Ministero della Salute.

“Quando parlo con i miei pazienti chiedo loro di descrivere il tipo di emozioni che provano quando arrivano in Italia”, racconta Marzagalia, ricordando un paziente bengalese che le aveva descritto la sensazione di essere finalmente libero una volta sbarcato in Italia, dove nessuno poteva più fargli del male. 

“Il viaggio attraverso l’Africa, verso la Libia, le torture e gli abusi ti privano della tua identità. Una volta arrivati, la nuova realtà in Italia spesso non fornisce un’identità sostitutiva. Quando l’attesa si fa lunga, quando non si sa del proprio futuro, o peggio, si rischia di essere rimpatriati nel paese in cui si è stati torturati, a quel punto l’impatto psicologico è drammatico”.

“Il problema è che qui non abbiamo niente da fare”, racconta in un inglese perfetto Jacoub, incontrato fuori dal Naga. 
Viene dall’Egitto, dove ha studiato scienze del turismo. Stringe fra le dita una sigaretta rollata, spenta. Ha lasciato la sua casa nel 2014. 
“Credevano di trovare qualcosa per me, ma al momento faccio fatica a trovare un posto in cui dormire la notte”.

“
Ce la farai, inshallah”, accenno io timidamente, e lui risponde “Allah, Javeh, Gesù Cristo. Sono tutti la stessa cosa. Sono solo nomi e sono solo le basi. Possono aiutarci fino a un certo punto. Poi te la devi cavare da te”.


“Questo mondo è un’illusione. È tutta una farsa. Siamo stati buttati su questa terra da un dio crudele. È tutto falso. Addio”, si legge in una mail che Mehran ha mandato all’equipe di psicologi che lo aveva in cura, prima di tentare di suicidarsi per la terza volta. 

In Pakistan era stato arrestato, gettato in carcere e torturato. Dopo due anni di prigionia era riuscito a fuggire e imbarcarsi su un volo per l’Italia, con aspettative altissime. I sogni dorati di una vita agiata si sono infranti una volta arrivato a Milano nel 2012. 

Alloggiava in una stanza con altre otto persone in un centro di accoglienza che ne ospitava circa cento. Mehran rifiutava il cibo. Non riusciva a dormire con le luci spente. L’oscurità gli ricordava il carcere. 
La lunga attesa per una forma di protezione certo non lo aiutava a tenere alto il morale.

 Poco tempo dopo ha cercato di togliersi la vita due volte con una dose di farmaci – tentativi definiti “dimostrativi” dagli psicologi che l’avevano in cura: una forma di protesta per le condizioni in cui viveva. 

Il terzo tentativo, preannunciato via mail, è stato invece quello più deciso. “È tutto una farsa, addio”.

Dopo essere rinvenuto dall’ennesimo tentativo di togliersi la vita, Mehran ha ottenuto la protezione e ha potuto restare in Italia. Le sue condizioni sono velocemente migliorate anche grazie a un processo di riaccoglienza. Le tendenze suicide sono gradualmente sparite. 
Il suo caso spiega come l’esperienza migratoria sia integralmente traumatica – prima ma soprattutto dopo l’arrivo, quando le condizioni del presente sono dure e le aspettative per il futuro sono cupe. 
Per lenire il senso di vuoto e di impotenza durante l’attesa di protezione o asilo politico, il Comune di Milano, Legambiente e Fondazione Arca hanno organizzato alcune giornate in cui gruppi di migranti ospitati nei centri di accoglienza puliscono alcuni parchi di Milano. 

Si comincia da un triangolo di verde vicino al Naviglio della Martesana, a due passi dal Centro Arca di Via Corelli. Eritrei, gambiani, ghanesi e senegalesi con pettorina e cappello gialli ridono e scherzano tra di loro con scopa e rastrello in mano, e con loro ci sono anche Pierfrancesco Majorino, assessore alle Politiche Sociali a Milano, e Costantina Regazzo, direttrice dei servizi di Fondazione Arca.

Arca gestisce il centro di accoglienza in cui si è ucciso Mussie Hagu, gettandosi da una finestra. 
“Il suicidio di Mussie ci ha indubbiamente scioccato. Credo che gran parte dei nostri operatori si sia sentito meglio nell’immaginare che sia caduto accidentalmente da quella finestra”, racconta Regazzo. “Ci siamo interrogati a lungo su cosa avremmo potuto fare di diverso”. 

Nello staff di Arca ci sono circa dieci psicologi, e questa Onlus ha rapporti forti con i reparti di psichiatria degli ospedali di Milano. Dopo la morte di Hagu sono stati avviati dei percorsi di supervisione degli operatori incaricati di casi di vulnerabilità psichica. 

“Volevamo vedere se fossimo in grado di individuare i sintomi di disagio in tempo”, spiega Regazzo, raccontando come spesso i sintomi legati alla sindrome da stress post-traumatico emergono ad accoglienza iniziata e, ancora più spesso, la vergogna della tortura porti a non esternare la propria sofferenza. “Ma nella realtà abbiamo pochi strumenti per occuparci dei casi più complessi”. 

Con nuovi arrivi e l’emergere di vecchi traumi, l’infrastruttura per la cura mentale comincia a scricchiolare. 
I reparti di psichiatria degli ospedali milanesi si stanno riempiendo e i tempi per prendere in cura un paziente sono lunghissimi.
 “La presa in carico è talmente alta che c’è bisogno di una rete territoriale in grado di sostenere il peso. Per adesso le priorità sono state altre. Ma il disagio psichico, le ferite lasciate dai traumi prima o poi emergeranno”, spiega Costantina riferendosi a quanta poca attenzione si presti al tema.

Il 4 luglio, mentre lavoravamo a questo articolo, un rifugiato curdo si è impiccato in un parco di Cusano Milanino dopo aver sottoscritto un rimpatrio volontario – un altro fosco indizio di un’emergenza crescente. “Ora rimpatrieremo la sua bara”, ha scritto su Facebook l’amministrazione comunale di Cusano.

“Si tratta di un malessere che stiamo sottostimando”, conclude Regazzo. 
I ragazzi dei centri hanno finito di pulire l’angolo di prato accanto al Naviglio. Restituiti gli attrezzi, e ancora con le pettorine gialle di Legambiente addosso, salgono su un bus che li riporterà verso il loro centro.

Fonte: http://openmigration.org/analisi/alla-fine-del-viaggio-il-disagio-psichico-
dei-migranti-nel-nord-italia/
 25.08.2017

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