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Israele: al via l’espulsione di massa dei profughi africani

di Anna Toro

Nonostante le numerose critiche da parte della comunità internazionale e di una parte della società civile e politica israeliana, domenica 4 febbraio sono arrivate le prime ingiunzioni di espulsione per gli immigrati africani, per lo più eritrei e sudanesi, presenti nel paese. Il governo del primo ministro Benjamin Netanyahu non ha infatti nessuna intenzione di allentare il pugno di ferro, e tira dritto con l’esecuzione dell’ordinanza emessa a inizio gennaio per la stesura di un piano di espulsione dei cittadini eritrei e sudanesi entrati illegalmente in Israele negli ultimi dieci anni. Due le opzioni per queste persone: o accettano di essere espulsi – in cambio di 3.500 dollari in caso di adesione immediata – oppure per loro si profilano le porte del carcere, per un periodo prolungato o indefinito. Un provvedimento che colpirà circa 35 mila persone. “Di queste, 15 mila hanno fatto richiesta di asilo e per loro la direttiva non si applica, almeno per il momento, così come non si applica per coloro che hanno famiglia, per le donne e i bambini – spiega a Unimondo Roberto Della Rocca, di origini italiane e responsabile del partito israeliano di sinistra Meretz – Il problema è che di queste 15 mila richieste di asilo solo 11 hanno avuto un esito positivo, un numero ridicolo. Molte sono state infatti rifiutate e altrettante sono in attesa, e questo ha sicuramente scoraggiato gli altri, che hanno preferito restare nell’ombra”.

Una tesi confermata dall'agenzia dei rifugiati delle Nazioni Unite, secondo cui Israele dal 2009 avrebbe riconosciuto meno dell'1 percento dei richiedenti asilo come rifugiati, rispetto ai tassi di accettazione nell'Unione europea del 90 per cento per gli eritrei e del 60 per cento per i sudanesi. L’associazione Human Rights watch parla anche di circa 700 sudanesi dal Darfur che avrebbero ottenuto la protezione umanitaria, uno status che però sarebbe concesso su base puramente discrezionale e al di fuori del sistema di asilo. Il governo giustifica la sua politica insistendo sulla distinzione – ben nota in Europa – tra profugo e migrante economico. "Non sono rifugiati, sono ‘infiltrati’ che cercano lavoro", aveva infatti affermato il primo ministro lo scorso agosto visitando il sud di Tel Aviv (dove risiede il 60 per cento di queste persone e in cui la tensione con la popolazione locale è alta). E “infiltrati” è proprio il termine che le autorità israeliane – e i media – hanno iniziato a usare per riferirsi agli immigrati africani, che pure spesso scappano da regimi sanguinari (Eritrea) o da guerre senza fine e avrebbero tutto il diritto, secondo le leggi internazionali, di essere accolti e protetti. “La Corte Suprema israeliana, però, stavolta è andata incontro al governo, stabilendo che gli immigrati che chiedono asilo in Israele possono essere deportati in un paese terzo sicuro, in questo caso si parla di Uganda e Ruanda – spiega Della Rocca – Se molti sono già stati mandati via, non esistono tuttavia informazioni certe sul loro destino una volta arrivati in questi paesi”. Senza contare che entrambi i paesi hanno recentemente negato che vi siano accordi ufficiali con Netanyahu sull’accoglienza dei profughi.

Certo, la Corte Suprema ha dichiarato anche che non si può detenere illimitatamente chi si rifiuta di andare in quei paesi, ma il governo di Netanyahu ha tutta l’intenzione di bypassare questa decisione, rafforzando i propri propositi anche con l’imminente chiusura del centro di detenzione di Holot, struttura “aperta” che ad oggi ospita circa 1.200 migranti africani. Della Rocca scommette comunque che, pur di rimanere a Tel Aviv, molti sceglieranno il carcere piuttosto che la deportazione: “Ma di certo non potranno stare rinchiusi per sempre, ci sono anche le leggi internazionali che lo vietano, e probabilmente alla fine verranno deportati lo stesso”. Racconta che in passato il flusso dei profughi dal Nord Africa era molto più massiccio: “Passavano semplicemente a piedi attraverso la penisola del Sinai. Quando, anche per ragioni di sicurezza, il governo precedente di Netanyahu ha deciso di costruire un muro nel 2013 e chiudere la frontiera con l’Egitto, i flussi si sono arrestati. Da allora il numero degli immigrati è statico, si parla di circa 35 mila persone in un paese di 8.9 milioni di abitanti, una percentuale infima”. Spiega che in Israele ci sono anche svariate migliaia di persone arrivate in aereo – moldavi, ucraini, cinesi, rumeni – che lavorano nei supermercati, nelle macellerie, nei ristoranti come lavapiatti, nell’agricoltura, nel settore dell’assistenza agli anziani. “Sono tutti settori in cui la manodopera serve, qui nessuno vuole fare più quei lavori, perciò si potrebbe trovare lavoro legale per tutti, che pure è richiesto. Almeno per quei 35 mila che sono qui da tempo”. Ma allora perché ci si accanisce con i sudanesi e gli eritrei? Della Rocca non si fa scrupoli a dire quello che pensa: “Perché sono neri e quindi riconoscibili – spiega – perché molti sono musulmani e soprattutto perché non sono ebrei”.

Per le autorità israeliane, infatti, l’alta concentrazione di immigrati rappresenterebbe una “minaccia la sicurezza e all’identità dello Stato ebraico”, concetto che ha suscitato grande sconcerto in parte della società civile israeliana. Contro il programma di espulsione e detenzione forzata non sono mancate infatti le proteste e prese di posizione importanti (lo stesso Della Rocca compare tra i firmatari di una petizione pubblicata domenica 4 febbraio su una pagina del quotidiano Haaretz, acquistata apposta). “La nostra storia come popolo ebraico non lo permette” aveva scritto in precedenza un gruppo di 35 scrittori, fra cui Amos Oz, David Grossman, Abraham Yehoshua, in un’altra lettera indirizzata al premier Benjamin Netanyahu. Così come il Center of Organizations of the Holocaust Survivors in Israel, organismo riconosciuto dal governo per rappresentare oltre 55 associazioni di sopravvissuti alle stragi naziste in tutto il mondo, ha ribadito la propria contrarietà e il proprio sconforto: “Non abbiamo imparato nulla dal passato” ha detto la presidente Colette Avital. Mentre 130 rabbini che fanno parte dell'Anne Frank Home Sanctuary Movement hanno esortato gli israeliani a nascondere i migranti africani nelle proprie case, proprio in ricordo di Anna Frank. “Qualora ce ne fosse bisogno anche la mia casa è disponibile” ha commentato Della Rocca al termine della nostra conversazione, e ha aggiunto: “I tempi sono bui, con un governo di destra che mina sempre di più le basi della democrazia, dai tentativi di neutralizzare la Corte suprema, al varo di leggi come quella che permette ai cittadini israeliani di appropriarsi di terreni privati in territorio palestinese, limitandosi a compensare i proprietari con una somma in denaro”. La questione dei migranti africani, insomma, non è che l’ultima di una lunga serie.

Fonte: http://www.unimondo.org/Notizie/Israele-al-via-l-espulsione-di-massa-dei-profughi-africani-171612 14.02.2018

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