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Accogliere significa mettersi in gioco

Nicla tempo fa ha conosciuto Souleyman Tandia, diciannove anni, proveniente dal Mali che ha ottenuto un permesso di soggiorno per motivi umanitari, ma nel frattempo ha completato il periodo di accoglienza nella struttura che lo ospitava. E così Nicla ha deciso di fargli spazio a casa sua aggiungendo un letto nella stanza del figlio che ha accettato di buon grado. E siccome la solidarietà vive di cerchi concentrici, Nicla adesso spera che qualcuno possa offrire a Souleyman un lavoro come contadino o allevatore dal momento che nel suo Paese lavorava in una fattoria.
Piccolo segno di un’accoglienza diffusa che oggi in Italia sta funzionando molto meglio delle grandi strutture. Per questo Nicla ha lanciato un appello sui social per accettare vestiti invernali e aiuti per il vitto: “Voglio che il mio gesto sia un piccolissimo passo per sconfiggere la paura del migrante, sono stufa di questo clima di diffidenza, intolleranza e sospetto”.

Mettiamoci in gioco, sembra dire, per riscoprire una solidarietà contagiosa (fonte Mosaico di pace). Scrive Nicla su facebook il 23 novembre: “A distanza ormai di tanti anni sono fiera dei miei studi classici perché hanno saputo inculcarmi valori molto forti, a partire da quello dell’ospitalità che non esiterei a definire il muro maestro della civiltà occidentale. Nel mondo greco il forestiero era portatore di una presenza divina: sono molti i miti dove gli dei assumono le sembianze di stranieri di passaggio. L’Odissea è anche un grande insegnamento sul valore dell’ospitalità e sulla gravità della sua profanazione. L’ospitalità era regolata nell’antichità da veri e propri riti sacri, espressione della reciprocità di doni. L’ospitalità è un rapporto ed è bello che in italiano ci sia un’unica parola, ospite, per dire colui che ospita e colui che è ospitato. Al forestiero che si accoglieva a casa non veniva chiesto né il nome né l’identità, perché era sufficiente trovarsi di fronte a uno straniero in condizione di bisogno affinché scattasse la grammatica dell’ospitalità.

La reciprocità delle relazioni d’accoglienza era alla base delle alleanze tra persone e comunità, che componevano la grammatica fondamentale della convivenza pacifica tra i popoli. La civiltà romana continuò a riconoscere la sacralità dell’ospitalità, che veniva anche regolata giuridicamente. La Bibbia, poi, è un continuo canto al valore assoluto dell’ospitalità e dell’accoglienza dei forestieri, che, non di rado, vengono chiamati ‘angeli’. Il cristianesimo raccolse queste tradizioni sull’ospitalità, e le interpretò come una espressione diretta della predilezione di Gesù per gli ultimi e i poveri: «Ero straniero e mi avete accolto». […]

L’ospitalità è la prima parola civile perché dove non si pratica l’ospitalità si pratica la guerra, e si impedisce lo shalom, cioè la pace e il benessere. […] L’ospitalità conviene a tutti, anche se individualmente costa a ciascuno. Per questo occorre proteggerla e parlarne molto bene, se vogliamo che resista nei tempi degli alti costi. La reciprocità dell’ospitalità non è un contratto, perché non c’è equivalenza fra il dare e il ricevere, e soprattutto perché il mio essere accogliente oggi non genera nessuna garanzia di trovare accoglienza domani quando ne avrò bisogno. Non esiste un contratto di assicurazione per la non accoglienza domani di chi è stato accogliente oggi. Per questo l’ospitalità è un bene comune, e quindi fragile. Come tutti i beni comuni viene distrutto se non è sostenuto da una intelligenza collettiva più grande degli interessi individuali e di parte […]

Vivo in cinquanta metri quadrati, tre stanze in tutto. Mi ha sempre dispiaciuto il fatto di non disporre di una camera per gli ospiti, ma oggi ho capito che non era più possibile rimandare l’ospitalità di un nuovo amico speciale, rivoluzionando letteralmente la nostra piccola casa per far posto ad un altro letto. Ho temuto per un istante la reazione di mio figlio tredicenne, ma poi quasi all’istante Noël si è sciolto in un enorme sorriso di gioia, al pensiero di un nuovo compagno di avventura, poco più grande di lui, con cui condividere il suo spazio, il suo tempo libero e la sua WII.

Tandia compirà diciannove anni il prossimo 12 dicembre, è in Italia dal 2014 dopo un lungo viaggio di due anni dal Mali fino all’Italia. È partito poco più che bambino, è arrivato ad Arezzo dove ha ottenuto la protezione umanitaria. Io l’ho conosciuta al corso di italiano, cui partecipo come volontaria […] Non so cosa succederà, forse talora non sarà facile la convivenza ma sono sicura che da questa esperienza ne usciremo tutti più “ricchi” nello spirito, più consapevoli del senso della vita e con uno sguardo diverso sul mondo. Di sicuro non più Ciclopi”.

Tonio Dell'Olio da Comune-info.net

Fonte: http://www.unimondo.org/Notizie/Accogliere-significa-mettersi-in-gioco-161948 12.12.2016

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